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La cavia

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Da dieci minuti cammino nell'oscurità e nel silenzio quasi totali: l'unico suono che sento è l'eterno zampettìo delle formiche che ancora procedono al buio. Ad un tratto mi accorgo di essere in un'ampia sala perché il mio respiro e i miei passi rimbombano come dentro ad una cattedrale; ho come uno strano senso di prurito dietro alla nuca, istintivamente mi do una bella grattata e mi accorgo che le formiche mi sono salite addosso e si stanno dirigendo verso le mie orecchie. A questo punto, che mi crediate o no, sento le flebili voci dei piccoli insetti che mi parlano: "Non avere paura di lei!" ripetono, "non è cattiva come sembra!" Non faccio in tempo a chiedere chiarimenti, che sento il fruscio di qualcosa di enorme e pesante e un verso lamentoso e gutturale. Subito penso al lamento di un orangopiango, ma so che vive solo nelle foreste dell'Arcipelago Mutevole così, mentre rifletto su chi potrà mai emettere queste strazianti lagne, mi accorgo...

La cava

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Quando finalmente il mondo smette di ruotarmi vorticosamente intorno e il prurito metallico al petto diminuisce leggermente, riesco ad alzarmi e mi accorgo che nella stanza adiacente alla mia c'è un vecchio e tarlato tavolino di legno poveramente apparecchiato. Mi sento come se non avessi mangiato nulla per settimane e così, senza pensarci su, mi fiondo a sedere al tavolo. Il mio mezzo ottimismo viene ben presto demolito da ciò che mi trovo nel piatto: qualche lisca di pesce con ben poca polpa bagnata da un brodino giallastro maleodorante, a fianco un minuscolo pezzo di quello che forse qualche mese fa doveva ricordare del pane vecchio. Non che io abbia un palato particolarmente fine, Dio solo sa le schifezze immonde che mi sono ridotto ad ingurgitare in alcune interminabili traversate oceaniche, ma non capisco se si tratti di una goffa e ributtante accoglienza o semplicemente di un pasto abbandonato su sto tavolo da prima della Guerra dei Canditi. Noto del movimento sul tav...