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martedì 16 ottobre 2012

La Realtà Nel Fantastico #1 - La fiaba e il fumetto, due finestre sulla realtà

Ed ecco, dopo prefazione ed introduzione, il primo capitolo della tesi.


LA REALTÀ NEL FANTASTICO 
DAGLI STUDI DI TOLKIEN AL FUMETTO D'AUTORE 


1 - LA FIABA E IL FUMETTO, DUE FINESTRE SULLA REALTÀ

    Prima di procedere ad analizzare nel concreto la presenza di punti di contatto tra le riflessioni di J.R.R. Tolkien e gli elementi fondanti della letteratura disegnata, è necessario riflettere sul ruolo che l'elemento di realtà occupa all'interno rispettivamente della fiaba e del fumetto. Entrambi, lungi dal rappresentare solamente forme d'arte o “generi letterari”, sono due differenti e complesse forme di comunicazione che, attraverso gli anni e i secoli, hanno visto e raccontato la realtà mediante il potente linguaggio della fantasia. 


1.1 - Due linguaggi a confronto
    Tolkien ricorda come alle fate, e ai racconti di fate (fairy-tale = racconto fatato, fiaba), sia spesso attribuita, erroneamente, la qualità di “soprannaturale”. Egli ritiene errato l'uso di tale aggettivo, a meno che il suffisso “sopra-” non sia da considerarsi in funzione puramente accrescitiva: gli abitanti di Feeria¹ sono invece assolutamente e profondamente “naturali”, molto più dello stesso uomo che, a differenza di elfi e fate, non fa altro che estraniarsi dalla natura, ponendosi “al di sopra” di essa, non riconoscendosi come sua parte integrante. Questa grande importanza dell'elemento naturale, inteso non semplicemente come presenza in grande quantità di piante ed animali, ma come stretta connessione di storia e personaggi con il mondo naturale e le forze che lo dominano, è dovuta alle remote origini della fiaba, direttamente riconducibili al mito, in cui divinità, personificazioni di elementi e di forze della natura e personaggi in possesso di grandi poteri e capaci di forti influenze sull'ambiente hanno sempre occupato un ruolo fondamentale. 

    Non si può dire la stessa cosa del fumetto, che ha un'origine molto più recente e un'evoluzione molto più limitata del racconto fiabesco; eppure entrambi sono canali di comunicazione che attingono grandemente alla realtà, prima ancora che alla fantasia e, seppur con un approccio ed un'esposizione completamente differenti, entrambi nel corso della loro storia hanno essenzialmente raccontato la realtà, ma attraverso formule, codici e linguaggi che, essendo di pura fantasia, pongono la narrazione su un più alto livello di comunicabilità, presentandone contenuti e messaggi sotto una luce completamente nuova. Paradossalmente, la trasmissione di un messaggio semplice e “reale” spesso avviene molto più facilmente ed efficacemente in un contesto di fantasia, che attraverso una normale narrazione realistica. 

    Inoltre, Tolkien ritiene che la fiaba non debba essere preferita alla realtà, né viceversa, è semplicemente sbagliato confondere la meraviglia delle “cose reali” con la bellezza delle “altre cose”: si tratta di due discorsi e temi completamente differenti, e l'uomo ha indubbiamente bisogno di entrambi in egual misura, quanto è vero che esso è formato da una parte razionale e una irrazionale, che non può essere ignorata: “la natura richiede senza dubbio lo studio di tutta una vita, o meglio un interesse per l'eternità; ma c'è una parte dell'uomo che non è "natura", e che pertanto non è obbligata a studiarla e in effetti ne resta del tutto insoddisfatta”²


1.2 - Il fantastico come finestra sul reale
    Un altro elemento fondamentale del racconto fiabesco, che viene spesso ignorato o dimenticato, è la “desiderabilità” della vicenda narrata, ossia l'importanza che la narrazione risvegli il desiderio nel cuore del lettore. Spesso questo elemento viene erroneamente sostituito con la “credibilità”, ossia l'inutile tentativo di rendere i fatti raccontati, agli occhi del lettore, in qualche modo possibilmente realizzabili. “Inutile” perché, una volta intuito che si tratta di eventi inventati e comunque irrealizzabili, la narrazione ed i suoi intenti falliscono miseramente; se invece si crea una vicenda che è coerente non con la realtà ma con “quella” realtà, che sia sì credibile, ma per quanto riguarda la credibilità secondo le logiche e le regole della realtà in cui la fiaba si svolge, allora viene risvegliato nel lettore quel desiderio, quella “nostalgia” di qualcosa di familiare e al contempo di sconosciuto, di lontano nel tempo e nello spazio che sarà la prova del “successo”, o almeno della validità dell'opera fantastica. 

    Si può dire che una fantasia sia ben realizzata quando riesce a donare all'opera, nella percezione del lettore, l'intima consistenza della realtà³, ossia la percezione che le vicende narrate siano vere, non perché effettivamente tangibili in questo mondo, ma perché complete e coerenti rispetto alla realtà secondaria descritta nel racconto. 

La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione, né smussa l'appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, migliori fantasie produrrà.   
J.R.R. Tolkien, Albero e Foglia, V edizione, Bompiani, Milano, 2002


Quindi, ad una più acuta e profonda conoscenza della realtà corrisponde, limitatamente alle capacità dello scrittore, una fantasia migliore e più riuscita.
Anche un'opera estremamente fantastica può essere fortemente caratterizzata da una sorta di realismo; d'altronde l'arte, anche (o soprattutto) nelle sue forme più espressioniste è sempre stata in grado di riflettere la realtà o la verità, sia pure con oggetti che non necessariamente sono reali, ed è per esempio il caso de Il Signore degli Anelli (ma anche di molti fumetti, come quelli di cui si tratterà nei prossimi capitoli), che racconta una storia vera, ma non esistente. Vera perché ricorda la poetica dei cantori dell'epica antica che raccontando di divinità dei boschi e dei ruscelli avevano colto molto più in profondità la percezione e l'esperienza che l'uomo aveva del mondo rispetto ai moderni poeti naturalisti, che parlano di boschi e ruscelli senza suggerire alcun interesse per il loro significato e la loro essenza agli occhi dell'uomo. Vera perché il lettore, nell'affrontare le vicende narrate, non incontra sensazioni sconosciute, non legge di tematiche completamente nuove ed inventate, né di vicende che non hanno nulla a che vedere con l'uomo; anzi egli si trova davanti ai temi mitologici e sociali che sono parte integrante del pensiero e dell'essenza degli uomini di ogni tempo: le sfide poste dal destino, dalla morte, dalla natura, dalla lotta tra bene e male. Vera perché i temi, le passioni, le emozioni, i limiti e gli animi dei personaggi sono inscindibili dalla realtà, senza essere quindi archetipici o allegorici, perché le storie fantastiche hanno un loro modo di rispecchiare la verità, diverso dall'allegoria, o dalla satira, o dal realismo, e, per alcuni versi, più potente. 


1.3 - La “subcreazione” Tolkeniana
    I modi attraverso cui le fantasie di diverso stampo - racconti mitici, fumetti moderni o altri tipi di narrazione - raccontano una storia sono i più disparati ma, in ogni caso, la fantasia è costruita a partire dal mondo reale, che Tolkien chiama primario⁴ e lo scrittore, come un artigiano che conosce e ama i materiali che usa, non fa che creare, con un atto subcreativo⁵, qualcosa di nuovo, un mondo “secondario”, che non è di certo fittizio, anzi esalta e incorona la realtà da cui è stato tratto. Tutto ciò non riguarda solamente la narrativa fantastica ed il fumetto: questo discorso trascende la letteratura e accomuna tutte le arti e tutte le attività creative. 

Se una creazione o una produzione artistica di qualunque genere e forma si avvale unicamente dell'estro, delle capacità tecniche e compositive e della mera fantasia dell'artista senza tener conto dei temi che toccano in profondo lo spirito umano nella vita reale, non si avrà che una più o meno bella dimostrazione di capacità artistiche fine a sé stessa, più assimilabile all'idea di intrattenimento che a quella di arte vera e propria. 

Per concludere questa riflessione e sottolineare il fatto che trattare di temi profondamente umani e reali non significa per forza ricorrere ad un'allegoria, cosa perfettamente in linea anche con il fumetto, è riportato di seguito un eloquente estratto da una lettera di Tolkien: 

Non c'è simbolismo o allegoria cosciente nella mia storia. Allegorie del tipo “cinque stregoni = cinque sensi” sono del tutto estranee al mio modo di pensare. Ci sono cinque stregoni, ed è solo un aspetto del mio racconto. Chiedere se gli orchi sono i comunisti per me è come chiedere se i comunisti sono orchi. […]
Penso che esista nella mia storia un'analogia con i nostri tempi. Ma se mi venisse chiesto, direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio: due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità. Che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo.
 J.R.R. Tolkien, La Realtà in Trasparenza, II edizione, Bompiani, Milano, 2002



Note
¹ Il Reame Periglioso, paese delle Fate. Tolkien ritiene che la definizione della favola non dipenda da definizioni o resoconti storici su elfi e fate, ma dalla natura di Feeria e dall'atmosfera che vi domina, e tale luogo non può essere definito a parole perché le sue caratteristiche principali sono l'indescrivibilità e l'impercettibilità.
J.R.R. Tolkien, Albero e Foglia, V edizione, Bompiani, Milano, 2002, pag. 21

² Ivi, nota D, pag. 102

³ Ivi, pagg. 65, 67

⁴ Tolkien denomina “primario” il mondo della realtà in cui noi viviamo, mentre chiama “secondario” il mondo creato dalla fantasia, in cui una creazione è si avvenuta, ma è subordinata alla creazione del nostro mondo.

⁵ Il concetto di “subcreazione” è l'idea centrale del saggio Sulle fiabe; è su di essa che l'autore inglese instaura tutta la sua rete di studi ed approfondimenti del la funzione delle fiabe e della narrazione fantastica, ed è attorno ad essa che egli sviluppa le sue riflessioni ed affermazioni riguardo la “verità” delle creazioni mitologiche e fiabesche. Tolkien, profondamente cristiano, ritiene che, nel momento in cui Dio ha creato l'uomo “a sua immagine e somiglianza”, esso gli assomiglia anche e soprattutto nella manifestazione della Sua principale abilità, quella di creare: è per questo che l'autore ritiene tanto importante la creazione di un intero mondo credibile e coerente in se stesso, non tanto per rendere l'opera più “professionale” o tecnicamente valida, né per dimostrare le sue capacità, ma semplicemente per adempiere alla propria essenza, per compiere appieno il suo compito di artista e di uomo.


Presto il secondo capitolo: Il potenziale del fumetto.