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venerdì 18 luglio 2014

Giornale di navigazione #4

Tempesta, il veliero sta andando in pezzi.
È la notte dei due pleniluni, ma con questo tempaccio non ci si può godere l'incantevole veduta delle due lune rivali affrontarsi in cielo.
No, noi siamo qui sotto, condannati a soffrire sotto questa maleodorante pioggia di sabbia. Ah, cosa darei per un po' di rum. Anche dell'acqua andrebbe bene. O anche del chai, al limite. Guardo il pendaglio che ho al collo, una strana bussola rotta di ferro che mi porto appresso da che ho memoria, e me la rigiro tra le dita. Il punto è che da cinque giorni l'uragano arido ci insegue senza tregua, e l'equipaggio è sfinito. Questa catapecchia sta diventando sempre più pesante sotto il peso della sabbia che si accumula in ogni angolo, non ci si può fermare neanche un attimo di riempire secchi e vuotarli fuoribordo; persino Jo-Lang il Cinoceronte è sfinito, la maggior parte di loro vanno avanti per inerzia, gusci vuoti che eseguono gesti freddi e meccanici, senza chiedersi se ne valga la pena.
Per quanto riguarda me... be', dovrei essere sul ponte a guidare questa carcassa di legno senza speranza, ma se nessuno è venuto a chiamarmi da quando mi sono rinchiuso qui a farmi i fatti miei vuol dire che non sono poi così utile, no?
"MotMot!"
Come non detto.
"MOTMOOOOT!!!"
"Arrivo!" urlo, ma non mi sentono, il fragore dei miliardi di granelli di sabbia rossa contro il legno del ponte è assordante.
"MotMot, Diego il timoniere è ferito, ti vuole il capitano!!"
"Ho capito, ho capito!" dico scocciato mentre mi infilo un cappello ed esco dalla mia stanza.
Fuori mi aspettava Lauro Barbalegno seduto su una botte intento a ripulirsi la barba dalla sabbia. La sua voce mi era sembrata molto più preoccupata di quello che invece appare lui stesso, pigro nullafacente quasi quanto me.
"Avresti proprio dovuto vederlo" dice egli ridacchiando.
"Di cosa stai parlando?"
"Diego" risponde appagato, "deve aver mangiato tanta di quella sabbia... Quando l'hanno portato dal medico pesava come una botte di dinamite, parola mia!"
Ignorandolo, mi chiudo bene il cappotto ed esco.
Fuori è l'inferno: dal cielo cominciano a cadere dei grumi di sabbia sempre più grossi e compatti, e il ponte è ridotto ad un colabrodo. Non c'è nulla, né una vela, né una cima, nulla di nulla che sia in buono stato. Non che prima della tempesta fosse tutto nuovo di pacca, anzi.
Avanzo a fatica verso il capitano, che mi attende impaziente al timone.
"Quanto devo aspettare ancora, sottospecie di navigatore guasto?!"
È sempre molto carino con tutti, il capitano, ed è molto fastidioso che nessuno sappia il suo nome.
"Preferirei stare sottocoperta, signore" gli dico io, provocandolo intenzionalmente. "dobbiamo andare sempre a nord, no? verso la "X" sulla mappa, non vedo a cosa io possa servire"
Il capitano è furioso ma per qualche strana ragione mantiene la calma, cosa che non aveva mai nemmeno tentato di fare, e indica in alto con la sua mano senza pollice. "Grumo di sale è finito in mare, dovrai fare tu da vedetta"
"Là sopra?" dico io, svogliato, "state scherzando, spero!"
Ma il capitano non scherza, l'indice puntato verso la coffa, gli occhi inespressivi e la sciabola nell'altra mano.
Non ho scelta, così mi arrampico su per le sartìe, gli occhi chiusi e i denti stretti, respirando come un bulldog inglese dopo una maratona. Quando infine giungo alla gabbia della vedetta, mi accorgo di essere sprovvisto di cannocchiale.
"Poco importa" mi dico, "Non si vede comunque nulla."
Resto a lungo seduto contro l'albero, ignorando le richieste che il capitano mi urla di tanto in tanto, finché non la vedo.
È stato solo un attimo, non so neanche dire se l'ho vista veramente o se è stata un'allucinazione dovuta alla quantità di argilla che ho in corpo. Eppure era lì, spavalda e splendente, l'Isola-cocco, il posto che chiunque vada per mare sogna di raggiungere; ora è sparita. Non credo fosse reale.
Immediatamente penso alla mia vecchia ciurma, Capitan Poppa, Bellammiraglio e tutti gli altri, memorie perse nei flutti del tempo. Staranno bene? Andranno ancora per mare o si saranno rassegnati al tedio della vita sulla terraferma?
Mentre vago senza meta nei miei ricordi, mi pare di scorgere qualcosa, un piccolo puntino nero che si dirige verso la nostra nave, dritto verso di noi nonostante le onde di fango alte due volte l'albero maestro. Mi sporgo per vedere meglio, quando una botta tremenda sulla nuca mi fa perdere l'equilibrio, facendomi cadere fuori dalla coffa.
L'unica cosa che riesco a pensare è che avrei proprio voglia di cocco, per poi sfracellarmi sul ponte.
Quasi un secolo dopo riacquisto i sensi, sento delle voci familiari, non è il capitano, non è Barbalegno... sono voci che mi rallegrano, anche se sembra che stiano ridendo di me.
Poi torno a dormire, sognando di nuotare beato in un mare bianco come il latte, ridendo e giocando da solo a nascondino sotto il pelo dell'acqua, quando mi ricordo di non saper nuotare, e inizio rapidamente ad andare a fondo.
Mi sveglio di scatto, e davanti a me una donna anziana ma bellissima mi porge amorevolmente una strana bevanda verde.
"Svegliati, cretino!" dice con voce gracchiante, "Hai dormito per un sacco di tempo, stavo per gettarti insieme al pesce vecchio"
La testa mi duole come trafitta da mille spilli, e non riesco a muovere le gambe. Istintivamente mi tocco il petto, e cado nel panico. La mia vecchia bussola guasta è sparita.
Mi guardo attorno, disperato; dove sono capitato? Fuori dalla finestra è giorno, e il suono delle campane mi dà istintivamente una cattiva e una buona notizia.
Sono sulla terraferma, ed è ora di pranzo.

MotMot