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venerdì 17 marzo 2017

Il Corriere di Chroma #6 - Sette anni.

17 marzo.

Si tratta oggettivamente di una data importante, non è di certo un giorno qualunque.

È la festa di San Patrizio, certo, è anche la giornata dell'unità nazionale italiana e del nostro tricolore.
Ma soprattutto, il 17 marzo 2010, quindi ben sette anni fa, nacque l'idea del mondo di Chroma!
Quindi sono sette anni che vi parliamo di 'sto benedetto romanzo e giustamente vi chiederete se a questo punto vedrà mai la luce... ebbene sì, la vedrà, se avete seguito i precedenti articoli del Corriere di Chroma siete al corrente dell'attuale stato delle cose, la trascrizione continua, e presto si inizierà a lavorare alle illustrazioni, che saranno un tutt'uno col racconto, integrandolo e illustrandone gli scenari più significativi.

Perciò tanti auguri a Chroma, e continuate a seguirci!

Chroma

martedì 17 gennaio 2017

Il Corriere di Chroma #5 - Il Lungo Silenzio

Dopo un ragionevole e modesto intervallo di tempo di circa due anni e mezzo, rieccoci qua!
Giuro che ci sono delle scuse validissime a difesa del lungo silenzio che c'è stato riguardo a Chroma, e saranno qui di seguito esposte.
Eravamo rimasti all'avventuroso viaggio in India durante il quale si festeggiarono, tra i colori dell'Holi festival (quello vero, non le versioni occidentali da rave party e DJ set), i quattro anni dalla nascita dell'idea di Chroma.
Una volta tornato in Occidente ripresi la regolare stesura del romanzo e il periodo che seguì, sebbene privo di altri avvenimenti degni di nota, fu uno dei più importanti per Chroma, perché fu il tempo in cui vennero concretizzate tutte le idee che io e Susi avevamo concepito negli anni precedenti...
Nulla venne tralasciato, ogni cosa andò pian piano al suo posto e fu così che un altro anno passò finché, quasi inaspettatamente, arrivò il giorno tanto atteso: il 29 maggio 2015 scrissi finalmente la parola "fine" e, di lì a poco, il romanzo vide la luce, venne trovata la casa editrice, fu pubblicato e vendette milioni di copie.
Fine.



..
Ah, no.
No, non è esattamente andata così, per quanto mi sarebbe piaciuto...
Come in ogni buona camminata in montagna, ogni volta che si arriva alla fine di una ardua salita, ecco che se ne scorge subito un'altra.
Quando iniziai a mettere per iscritto le prime pagine del primo capitolo non provai neanche a scrivere a computer, perché già sapevo che non ci sarei riuscito... effettivamente, le situazioni in cui riuscivo a scrivere erano solitamente nella natura dopo una tranquilla pedalata, oppure al bar con un cappuccio e una brioche; con tastiera e schermo non avrei mai avuto quella tranquillità, spontaneità e naturalezza che invece la scrittura a mano mi diede (per non parlare di che gran taccuino ne è venuto fuori!), perciò, una volta finito di scrivere l'ultimo capitolo, mi resi conto che il lavoro ancora da fare era notevole, non solo per quanto riguardava la trascrizione in sé, ma anche perché la storia, essendosi sviluppata in un periodo lungo anni, aveva ormai alcune incoerenze, e molte idee geniali che mi erano venute in corso d'opera erano da inserire anche nei capitoli precedenti.
Fu così che iniziai la correzione e integrazione del testo man mano che lo trascrivevo al computer; fu (ed è) un processo a tratti noioso, perché odio trascrivere, ed a tratti elettrizzante, perché è in questa fase della lavorazione che ci si rende conto che si ha davvero tra le mani ciò che dovrà essere letto da editori e un giorno pubblicato...

Avevo trascritto sei o sette capitoli, quando avvenne una cosa che avrebbe sconvolto tutti i miei piani, su ogni livello. Il 14 di marzo 2016 ci fu il prologo di un'altra grande storia: era l'inizio di una lunga avventura, che cominciò a mettere le radici in via Amendola 10/B a Biella, in un locale di un centinaio di metri quadri in centro città chiuso da anni. Lì sarebbe sorto un luogo di lavoro e creatività, di tecnica e arte, un originale studio e laboratorio grafico, unico nel suo genere. Ovviamente però c'era da rimboccarsi le maniche: le pareti erano umide, scrostate e di un orribile e cattivissimo bordeaux, gli infissi in cattivo stato, il riscaldamento assente e l'impianto elettrico da rifare... volendo evitare di spendere i milioni, c'era da lavorare sodo per rendere epicamente affascinante quella vecchia topaia.
I lavori si protrassero a lungo e, visto che anche i lavori di grafica erano aumentati, nelle mie giornate non ci fu più il tempo materiale di dedicarmi alla trascrittura del romanzo, sicché restò da una parte per lunghi mesi.


Finalmente il gran giorno arrivò, e il 2 dicembre venne inaugurato lo studio di EMME GRAFICA, condiviso con Jo di JL GRAFICA, ed iniziò davvero l'avventura, tra grafiche e stampe, nuovi programmi e vecchi macchinari, clienti e tipografie, e ci volle poco perché tutto si trasformò in ordinarietà, e quel lavoro, prima visto come occasionale e appassionato, divenne quotidiano ed essenziale.
Venne l'anno nuovo, e dopo un paio di settimane giunse (finalmente, direte voi) il motivo per cui esiste questo post, perché all'improvviso io e Susi ci siamo resi conto che il 17 gennaio sarebbero stati ben cinque anni (CINQUE!) da quando scrivemmo le prime parole di Chroma, seduti ad un tavolino di un fast food in piazza Duomo a Milano.
Non si sa bene se sia la buona notizia di una bella ricorrenza, o un fatto imbarazzante per il tanto tempo passato, fatto sta che siamo arrivati fin qui, manca davvero poco, nient'altro che uno scatto, uno sprint finale, e vedrete meraviglie!


Che dire, finalmente siamo arrivati in pari ai giorni nostri col racconto delle vicende dietro al romanzo; sicuramente sarà impegnativo, viste le millemila cose da fare, ma cercheremo di aggiornarvi più spesso su come procede la stesura e su tutto ciò che avverrà a Chroma nei prossimi tempi!

State colorati!
Chroma


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domenica 8 gennaio 2017

Giornale di navigazione #5

Il Lungo Silenzio aleggiò sui sette mari per lunghi anni, ed io ero ancora inesorabilmente ancorato alla stamberga marcia ma accogliente nella quale pigramente vivacchiavo da quel funesto giorno in cui la grande tempesta di sabbia distrusse la nave e disperse la ciurma, l'ultima di cui feci parte prima di rintanarmi come un ratto senza quasi più vedere la luce del sole, senza neanche mettere un piede fuori dallo steccato che la recintava, figurarsi inoltrarsi in mare aperto.
Ma quella mattina c'era qualcosa di diverso, nell'aria... Forse era solo stato pulito lo scolo della fogna che passava fuori dalla mia finestra, o magari il pesce che la vecchia avrebbe cucinato di lì a poco era meno marcio del solito, fatto sta che decisi di andare alla spiaggia di fango accanto al vecchio porticciolo in rovina.
Così mi alzai dalla vetusta branda ammuffita, mi stiracchiai, cercando di sgranchire le malandate componenti meccaniche del mio corpo da mezzo androide, e mi incamminai verso il fetore fastidioso ma ormai familiare di terriccio umido e alghe putrefatte.
Credevo che avrei passato una mattinata noiosa e inutile, ma dovetti ricredermi quando, nel momento esatto in cui fui vicino al bagnasciuga, scorsi un luccichio tra le onde che, lentamente, si avvicinava verso riva.
Qualche attimo dopo l'oggetto fu abbastanza vicino e, riconoscendolo, ebbi un tuffo al mio povero cuore semiautomatico: una piccola bottiglia di vetro, apparentemente con un messaggio all'interno. Impaziente, mi tuffai tra le onde gelate per recuperare la vecchia bottiglia la quale, come sospettavo, oltre ad essere ricoperta di alghe e conchiglie di ogni tipo e sigillata con abbondante ceralacca blu, conteneva una pergamena arrotolata. Ruppi frettolosamente il sigillo che rappresentava la poppa di una nave incorniciata dalle lettere C e P in caratteri arcaici, e sfilai delicatamente il vecchio e umido foglio manoscritto, che mi accorsi essere non una richiesta di aiuto da una qualche isola sperduta nell'oceano, ma il frammento malandato di un diario di bordo piratesco.
Ebbi un altro sobbalzo quando riconobbi la calligrafia, inconfondibile tra mille e più scritture piratesche e, impaziente, iniziai a leggere:


"Diario di bordo, ormai le date non sono importanti, sono successe talmente tante cose e così poche pagine per scrivere.
Ho viaggiato in diversi porti e fermata in altri. Ora siamo alle porte di un nuovo viaggio, sempre posti caldi, sempre un'isola in mezzo al mare lontano da tutto e tutti.
Qualche volta mi sono chiesta perché il destino mi faccia andare in questi posti, ma andiamo con ordine. A volte le avventure più grandi non si hanno viaggiando per i mari, a volte nel momento più calmo si vivono avventure straordinarie.

La mia si chiama Sophia, una piccola pirata di ormai 1 anno.  Nacque in un freddo autunno e come un buon pirata senza seguire le regole, arrivando prima e rischiando la pelle. Successivamente il mare si è fatto cupo e burrascoso, certo ci sono stati momenti di buona navigazione, ma diciamo che sono stati brevi e rari momenti. Mi sono ritrovata in una situazione di deja-vu, quando hai già vissuto un momento simile. Momenti in cui ti senti perso il mare è nero e vedi tante nubi all'orizzonte. Ti senti soffocare e non sai come uscirne. 
Qualcuno urla che non ce la farai mai, che la vita di pirata non è la tua vita, che sei un fallimento. È in quel momento che invece trovi la forza di proseguire e superare quelle onde, anche se la nave che ti porterà sarà in mille pezzi alla fine, ma ci devi provare.
Quindi eccoci a oggi in partenza per un'altra isola calda. Probabilmente c'è una sorta di alchimia, o forse sono gli unici posti che mi danno un senso di pace e serenità. Le grandi partenze mi danno sempre un senso di malinconia, mi mancheranno tante e troppe cose di questo porto, ma devo navigare. 
Il vento sta soffiando, è il momento migliore per salpare senza guardarsi indietro."

Dopo queste parole il testo si faceva illeggibile, da quanto era ridotto male il vecchio pezzo di carta il quale, poco dopo, si frantumò irreparabilmente tra le mie mani. Era molto tempo che non avevo segni di vita da Capitan Poppa, e per quanto quello scritto potesse essere vecchio di mesi, anni o lustri, mi rasserenò, e iniziò a far rinascere nel mio povero cuore metallico da navigatore, il sogno di lunghi viaggi per mare, cercando una meta, inventando una rotta. Così mi fermai a lungo su quella spiaggia, a chiedermi quali nuove avventure avrebbe riservato il futuro alla nostra vecchia ciurma, sparpagliata su tutto il globo.
MotMot


venerdì 18 luglio 2014

Giornale di navigazione #4

Tempesta, il veliero sta andando in pezzi.
È la notte dei due pleniluni, ma con questo tempaccio non ci si può godere l'incantevole veduta delle due lune rivali affrontarsi in cielo.
No, noi siamo qui sotto, condannati a soffrire sotto questa maleodorante pioggia di sabbia. Ah, cosa darei per un po' di rum. Anche dell'acqua andrebbe bene. O anche del chai, al limite. Guardo il pendaglio che ho al collo, una strana bussola rotta di ferro che mi porto appresso da che ho memoria, e me la rigiro tra le dita. Il punto è che da cinque giorni l'uragano arido ci insegue senza tregua, e l'equipaggio è sfinito. Questa catapecchia sta diventando sempre più pesante sotto il peso della sabbia che si accumula in ogni angolo, non ci si può fermare neanche un attimo di riempire secchi e vuotarli fuoribordo; persino Jo-Lang il Cinoceronte è sfinito, la maggior parte di loro vanno avanti per inerzia, gusci vuoti che eseguono gesti freddi e meccanici, senza chiedersi se ne valga la pena.
Per quanto riguarda me... be', dovrei essere sul ponte a guidare questa carcassa di legno senza speranza, ma se nessuno è venuto a chiamarmi da quando mi sono rinchiuso qui a farmi i fatti miei vuol dire che non sono poi così utile, no?
"MotMot!"
Come non detto.
"MOTMOOOOT!!!"
"Arrivo!" urlo, ma non mi sentono, il fragore dei miliardi di granelli di sabbia rossa contro il legno del ponte è assordante.
"MotMot, Diego il timoniere è ferito, ti vuole il capitano!!"
"Ho capito, ho capito!" dico scocciato mentre mi infilo un cappello ed esco dalla mia stanza.
Fuori mi aspettava Lauro Barbalegno seduto su una botte intento a ripulirsi la barba dalla sabbia. La sua voce mi era sembrata molto più preoccupata di quello che invece appare lui stesso, pigro nullafacente quasi quanto me.
"Avresti proprio dovuto vederlo" dice egli ridacchiando.
"Di cosa stai parlando?"
"Diego" risponde appagato, "deve aver mangiato tanta di quella sabbia... Quando l'hanno portato dal medico pesava come una botte di dinamite, parola mia!"
Ignorandolo, mi chiudo bene il cappotto ed esco.
Fuori è l'inferno: dal cielo cominciano a cadere dei grumi di sabbia sempre più grossi e compatti, e il ponte è ridotto ad un colabrodo. Non c'è nulla, né una vela, né una cima, nulla di nulla che sia in buono stato. Non che prima della tempesta fosse tutto nuovo di pacca, anzi.
Avanzo a fatica verso il capitano, che mi attende impaziente al timone.
"Quanto devo aspettare ancora, sottospecie di navigatore guasto?!"
È sempre molto carino con tutti, il capitano, ed è molto fastidioso che nessuno sappia il suo nome.
"Preferirei stare sottocoperta, signore" gli dico io, provocandolo intenzionalmente. "dobbiamo andare sempre a nord, no? verso la "X" sulla mappa, non vedo a cosa io possa servire"
Il capitano è furioso ma per qualche strana ragione mantiene la calma, cosa che non aveva mai nemmeno tentato di fare, e indica in alto con la sua mano senza pollice. "Grumo di sale è finito in mare, dovrai fare tu da vedetta"
"Là sopra?" dico io, svogliato, "state scherzando, spero!"
Ma il capitano non scherza, l'indice puntato verso la coffa, gli occhi inespressivi e la sciabola nell'altra mano.
Non ho scelta, così mi arrampico su per le sartìe, gli occhi chiusi e i denti stretti, respirando come un bulldog inglese dopo una maratona. Quando infine giungo alla gabbia della vedetta, mi accorgo di essere sprovvisto di cannocchiale.
"Poco importa" mi dico, "Non si vede comunque nulla."
Resto a lungo seduto contro l'albero, ignorando le richieste che il capitano mi urla di tanto in tanto, finché non la vedo.
È stato solo un attimo, non so neanche dire se l'ho vista veramente o se è stata un'allucinazione dovuta alla quantità di argilla che ho in corpo. Eppure era lì, spavalda e splendente, l'Isola-cocco, il posto che chiunque vada per mare sogna di raggiungere; ora è sparita. Non credo fosse reale.
Immediatamente penso alla mia vecchia ciurma, Capitan Poppa, Bellammiraglio e tutti gli altri, memorie perse nei flutti del tempo. Staranno bene? Andranno ancora per mare o si saranno rassegnati al tedio della vita sulla terraferma?
Mentre vago senza meta nei miei ricordi, mi pare di scorgere qualcosa, un piccolo puntino nero che si dirige verso la nostra nave, dritto verso di noi nonostante le onde di fango alte due volte l'albero maestro. Mi sporgo per vedere meglio, quando una botta tremenda sulla nuca mi fa perdere l'equilibrio, facendomi cadere fuori dalla coffa.
L'unica cosa che riesco a pensare è che avrei proprio voglia di cocco, per poi sfracellarmi sul ponte.
Quasi un secolo dopo riacquisto i sensi, sento delle voci familiari, non è il capitano, non è Barbalegno... sono voci che mi rallegrano, anche se sembra che stiano ridendo di me.
Poi torno a dormire, sognando di nuotare beato in un mare bianco come il latte, ridendo e giocando da solo a nascondino sotto il pelo dell'acqua, quando mi ricordo di non saper nuotare, e inizio rapidamente ad andare a fondo.
Mi sveglio di scatto, e davanti a me una donna anziana ma bellissima mi porge amorevolmente una strana bevanda verde.
"Svegliati, cretino!" dice con voce gracchiante, "Hai dormito per un sacco di tempo, stavo per gettarti insieme al pesce vecchio"
La testa mi duole come trafitta da mille spilli, e non riesco a muovere le gambe. Istintivamente mi tocco il petto, e cado nel panico. La mia vecchia bussola guasta è sparita.
Mi guardo attorno, disperato; dove sono capitato? Fuori dalla finestra è giorno, e il suono delle campane mi dà istintivamente una cattiva e una buona notizia.
Sono sulla terraferma, ed è ora di pranzo.

MotMot



martedì 15 luglio 2014

Il Corriere di Chroma #4 - Holi

Eravamo arrivati a raccontarvi la storia di Chroma fino agli inizi del 2013 (nel Corriere #3), anno in cui qualcosa di affascinante ebbe inizio.
Era un giorno qualunque di primavera quando, per puro caso, mi ritrovai a navigare su internet alla ricerca delle date del prossimo Holi, una festa indiana che avevo da poco scoperto grazie ai video delle sue versioni occidentali e che mi aveva affascinato per tutti quei colori lanciati in cielo; sul primo sito che trovai apparve la risposta che cercavo: 17 marzo 2014. Istantaneamente quella data fece scattare qualcosa nella mia testa, e riecheggiò fino a scoppiare come una bolla di sapone multicolore: Chroma!

Il 17 marzo 2010 è la data della nascita di Chroma, il primo giorno in assoluto in cui venne concepita l'idea di un mondo ambientato nella sfera colorata di Runge, l'intuizione che diede vita a tutto e di cui narrammo nel Corriere #0. Lo stesso identico giorno di 4 anni dopo ci sarebbe stata una festa in cui i colori la facevano da padrone anzi, la festa dei colori per antonomasia: l‘HoIi. Quando seppi quella notizia nacque in me non il desiderio, ma la certezza assoluta che quel giorno mi sarei trovato in India.
Edo, Fulmy e Emme in India.
Nonostante la mia determinazione, di fatto questa era ancora solo un'idea; ora si trattava di concretizzarla e, nonostante avessi quasi un anno di tempo, mi misi subito in moto. Per prima cosa cercai dei compagni di viaggio ("happines only real when shared") e, visto che Susi era a malincuore impossibilitata ad accompagnarmi, chiesi a tutti i miei amici e, con più facilità di quanto pensassi, trovai subito due compari, Edo e Fulmy, che sin dall'inizio si appassionarono all'idea e decisero di condividere con me questa avventura.
Man mano che marzo si avvicinava i preparativi si facevano sempre più intensi fìnché prenotammo il volo e, quindi, definimmo le date del viaggio: dal 5 al 20 marzo. Nonostante il poco tempo a disposizione, decidemmo di fare un percorso molto lungo, partendo da Calcutta (Kolkata), visitando Darjeeling, Bodhgaya, Varanasi, Lucknow, Agra, ecc. Durante il viaggio avremmo poi chiesto suggerimenti su quale sarebbe stato il posto migliore per assistere e magari partecipare ai festeggiamenti dell'Holi.
Folla per strada a Mathura - Foto Fabio Vigezzi

Infine il giorno arrivò, e si realizzò così il sogno di questo viaggio, di cui presto (ma non troppo) narrerò in un articolo interamente dedicato, mentre ora vi racconto solo del quarto compleanno di Chroma, il 17 marzo 2014, giorno dell'Holi. A dire il vero inizierei dal giorno prima in cui, nel primo pomeriggio, arrivammo a Mathura, città in cui avevamo deciso di partecipare alla festa, secondo i suggerimenti di viaggiatori e indiani incontrati nei giorni precedenti. In città i festeggiamenti erano già iniziati, e per questo motivo il taxi ci lasciò ad una certa distanza daIl'Agra Hotel, in cui avremmo pernottato; ci ritrovammo perciò a piedi, con gli zainoni sulle spalle, stanchi morti dal viaggio, in mezzo ad una folla di gente che correva, saltava e ballava festeggiando. Il caos per le strade era lo stesso del resto dell'India, con l'aggiunta però di pazzi scatenati che ti lanciavano polveri colorate in faccia e bambini infami che ti tendevano imboscate dai tetti delle case, imbracciando liquidator più grandi di loro e infradiciando gli ignari passanti con acqua colorata. Ma noi continuammo imperterriti la nostra ricerca dell'albergo, chiedendo indicazioni alla gente, compresi dei poliziotti che ci fanno sbagliare strada facendoci passare due volte per lo stesso delirante incrocio. Mai fidarsi della polizia indiana.
Infine giungemmo nelle vicinanze della nostra meta, ma ancora molte insidie ci separavano da essa; stanchi e sudati, avanzavamo in mezzo alla calca, finché arrivammo presso un carro addobbato, una sorta di trattore pieno di casse ed altoparlanti che sparavano musica disco indiana a tutto spiano, il tutto condito con un pogo urlante e colorato che ci sbarrava il passaggio.
Bambini all'attacco - Foto F.V.

Ci guardammo intorno per cercare strade alternative ma non ce n'erano perciò, cercando di non farci notare eccessivamente (sempre con gli enormi zainoni a spalle), procedemmo dritti. Sembrava quasi che ce la stessimo per fare, ma ad un tratto dei tizi ci afferrarono e ci fecero ballare con loro...
La situazione era perciò surreale: noi tre, tutti carichi dei nostri bagagli, coperti di colore, che saltavamo al ritmo di quelle vecchie ed assordanti casse, circondati da indiani esaltati (che già normalmente vanno fuori di testa quando vedono uno straniero, figurarsi quel giorno). Ma il momento durò poco; in un'altra situazione saremmo stati disposti a star lì per ore, ma le nostre forze fisiche non ci permettevano una totale scioltezza, visti di 20 kg di cui ognuno di noi era caricato. Poco dopo, quindi, raggiungemmo finalmente l'hotel, accolti da un gruppo di turisti (visibilmente europei) coperti di colori da testa a piedi, che esclamarono un sonoro "happy Holi!": eravamo entrati ufficialmente nell'atmosfera della festa.
Foto Edoardo Barbera
Quelli furono i due giorni in cui conoscemmo più persone in assoluto: alcune ragazze francesi, un argentino (con madre russa che gli aveva insegnato l'italiano - non chiedetemi spiegazioni), degli inglesi, una thailandese e alcuni italiani; la cosa assurda fu che tra gli italiani c'erano due torinesi e due ragazze biellesi. Diciamo che... non è esattamente ciò che uno si immagina, andare in India per trovarsi quattro piemontesi come noi, di cui due della nostra stessa città!
Ad ogni modo, siamo arrivati all'hotel nel primo pomeriggio del 16, io avevo un mal di testa assurdo perciò, mangiato qualcosa di veloce, presi un'aspirina ed andai in camera a ronfare alla grande, mentre gli altri si buttarono per le strade di Mathura. Loro tornarono qualche ora dopo, completamente colorati, anzi in faccia erano praticamente neri e io mi risvegliai sano come un pesce. Mi raccontarono la loro escursione e non vedevo l'ora che arrivasse il giorno seguente; passammo una serata tranquilla facendo amicizia con gli altri viaggiatori, e non andammo a letto troppo tardi, per essere poi freschi e pronti per l'Holi.
Da pochi minuti in strada... - Foto E.B.

La mattina seguente ci svegliammo quindi di buon'ora, scendemmo per la colazione e ci inoltrammo per le vie della città in festa: non facemmo nemmeno una decina di metri che venimmo completamente coperti di colori.
Quello che dovete immaginarvi non è una festa alla occidentale con un programma, con le autorità e con tutti i negozi aperti per approfittare della tanta gente in giro, niente di tutto questo. È semplicemente una festa della gente, vagamente simile al nostro carnevale ma molto più semplice e viva. Tutto quello che accade è che la gente scende in strada, si saluta, si abbraccia e si lancia colori in polvere o sciolti in acqua, augurandosi un felice Holi; è festa per tutti, perciò non si lavora, i negozi quasi tutti chiusi (tranne qualche chioschetto dei gelati e alcuni tabaccai).
Dieci minuti dopo essere usciti eravamo già completamente zuppi di ogni colore, visto che ad ogni passo si incontravano vecchi, ragazzi e soprattutto bambini che ti lanciavano della polvere o ti passavano del colore in faccia dicendo "happy Holi!", per poi abbracciarti e correre via.
Emme colorato fino all'osso - Foto E.B.

Procedemmo quindi molto lentamente dal nostro albergo verso la strada principale della città, dove c'era più gente e la festa era più viva.
Quando arrivammo al culmine dei festeggiamenti ci ritrovammo a saltare e ballare con perfetti sconosciuti (come il giorno prima ma stavolta senza pesi quindi ben più a lungo), con colori di ogni tinta che arrivavano da tutte le parti.

Nonostante la povertà, il degrado, il disordine e le contraddizioni della società indiana, l'Holi è una festa di pura felicità, non c'è spazio per i problemi, le liti e la tristezza ma solo colori, abbracci e sorrisi.
Lo so, detta così suona un tantino patetica la faccenda, ma il fatto di camminare per le strade di una città e incontrare solo gente sorridente che ti saluta e ti abbraccia non è una cosa che si vede tutti i giorni, perlomeno non in Italia, non a Biella.



Durante il pomeriggio la città tornò a calmarsi e noi ritornammo in albergo (chiamiamolo cosi) per pranzare e darci una lavata, una lunga ed intensa lavata. Spendemmo il resto della giornata in tranquillità con gli altri viaggiatori conosciuti sul posto, e la sera ci facemmo un giro per le vie di Mathura, che con l'arrivo del buio divennero deserte; tra il silenzio delle strade indiane che solo poche ore prima risuonavano di musica e voci festanti convenni che Chroma non avrebbe potuto aspettarsi un compleanno migliore e sorrisi soddisfatto per un sogno realizzatosi.
Facce e colori - Foto E.B.
Ma il vero sogno è Chroma stessa, e mi rendo conto che la gioia non sarà solo nel vederlo un giorno pubblicato, ma c'è già ora nella stesura stessa, durante la quale scopro per la prima volta gli avvenimenti, vivendoli in prima persona con i protagonisti. La cosa bella è che in questa fase, generalmente relegata al solo scrittore, ci sono invece un sacco di persone a farmi compagnia e che, pur non partecipando direttamente alla scrittura, l'hanno influenzata (in positivo) già solo con la loro presenza, e parlo di tutti gli amici, vecchi e nuovi, che hanno fatto si che io sia la persona che sono oggi e quindi anche che Chroma sia l'opera che sta diventando.
Happy Holi!

mercoledì 5 marzo 2014

Il Corriere di Chroma #3 - Cappuccino e Croissant

Davvero credevamo che scrivere un romanzo sarebbe stata una passeggiata?
Finché si è trattato di inventare un mondo, organizzare una trama e caratterizzare i personaggi non ci sono state difficoltà, è stato né più né meno come fare una costruzione coi lego; ma quando mi resi conto che a quasi un anno dall'inizio della stesura eravamo ancora fermi al terzo capitolo, mi chiesi che senso avesse procedere così lentamente, e cercai di capire quale sarebbe stato il modo migliore per aumentare produttività e qualità.
Questa è stata la sfida principale da affrontare dopo l'estate 2012, dove la nostra storia si era fermata (Il Corriere di Chroma #2), e di cui parleremo in questo numero del Corriere.

Ma prima di continuare, è con caramelloso piacere che vi presentiamo solennemente il video delle vacanze di branco su Chroma, di cui abbiamo appunto parlato esaurientemente la volta scorsa... Godetevelo!


Sin dall'inizio dell'ideazione di Chroma, da quando noi -Emme e Susi- decidemmo di portare avanti questo progetto, non ci fu un singolo periodo in cui le cose rimasero le stesse a lungo; sono stati anni di cambiamento, nella nostra carriera (prima universitaria poi lavorativa), nei nostri modi e tempi di scrivere e nelle nostre vite; in particolare Susi, che ha avuto un'occasione di lavoro all'estero ed è stata via per mesi, tornando poi qui con "qualcosa" in più che la impegnerà felicemente e a lungo!
Questa era la situazione che ci si prospettava quando, finita la pausa estiva, ritornò la routine lavorativa; per Emme, rimasto in Italia con l'umile attività di grafico e illustratore, la parola chiave che salvò Chroma fu proprio quella: routine.

Spesso è vista con accezione negativa, intesa come la noia del ripetersi dei giorni tutti uguali, e io sono il primo che vuole avere programmi vari e multiformi, anzi a volte non vorrei proprio avere programmi; eppure è solo l'organizzare l'attuazione di un progetto in giornate di lavoro uguali e ripetitive che lo può realizzare, dopotutto non è su questo che l'intera società si basa? Se ognuno facesse le cose solo quando ne ha voglia o si sente ispirato, rimarrebbe sempre tutto incompiuto.
Ecco, il vero cambiamento è stato di non vedere più il romanzo tratto dall'idea di Chroma come un'attività di puro piacere o come un capriccio artistico e basta, ma di incanalarlo completamente nelle attività quotidiane dedicando ogni mattina di ogni settimana alla stesura dei capitoli, non importa se quel giorno non si è ispirati, non si ha voglia o non si è dell'umore adatto, bisogna scrivere e basta.
Questo discorso potrebbe non piacere sempre, potrebbe sembrare un po' una forzatura, costringere un'idea libera e fantasiosa in un meccanismo da catena di montaggio, eppure uno dei suggerimenti più frequenti per chi è alle prese con il primo romanzo è proprio quello di scrivere sempre, ogni giorno, che sia una riga o che siano dieci pagine, non lasciar mai tramontare il sole senza aver buttato giù delle parole sul foglio (sulla moleskine, in questo caso), c'è sempre tempo dopo per modificare, arricchire e aggiustare quei punti più confusi o deboli.
Bene, ci provai e -sorpresa- funzionò! Iniziai a scrivere tutti i giorni e, dopo alcune difficoltà iniziali, iniziai a prendere la mano e la stesura diventava via via più spontanea; ovviamente c'erano giorni in cui le idee abbondavano e scrivevo diverse pagine di getto e giorni in cui non andavo oltre le due o tre righe, ma lo scrivere quotidianamente mi aveva finalmente proiettato nella dimensione giusta per veder crescere senza esitazioni il romanzo: se prima cercavo di raccontare la storia ambientata nel mondo da noi inventato, ora mi trovavo dentro a quel mondo, e scoprivo il susseguirsi degli avvenimenti insieme ai personaggi. Figata.

I giorni dunque passavano veloci all'insegna di Chroma e i capitoli iniziavano a succedersi con più regolarità, finché un piccolo evento cromatico si stagliò all'orizzonte.
In quei giorni mi stavo organizzando per andare un giorno a Roma, perché ero stato invitato ad assistere alla premiere di Dracula 3D, film che Dario Argento aveva girato a Biella l'estate precedente e nel quale ebbi un piccolo ruolo generico, poco più che una comparsa, e l'invito era per due persone. Visto che in quel periodo Susi era momentaneamente in Italia, decisi di proporle di accompagnarmi, ed ella accettò immediatamente. Vista la minor frequenza con cui ci eravamo visti negli ultimi mesi (e in quelli a venire) ne approfittammo per confrontarci il più possibile sul romanzo e per fare anche un video, che finì nel vlog di Chroma sul mio canale Youtube e che riportiamo anche qui di seguito.
Non è stata molto più che un'originale (e luuunga) scampagnata, ma non si può forse dire lo stesso di Chroma (frase ad effetto)?



Tornati da Roma ognuno ha ripreso la sua routine e Chroma continuò a crescere; scoprii che il momento migliore per scrivere era la mattina e che non esisteva miglior carburante di un buon croissant e un bel cappuccino spumoso, perciò diventò ormai un'abitudine quella di svegliarsi ed andare al caffèttino, bar che praticamente diventò una seconda casa.
Fu in questo modo quindi che diedi il benvenuto al 2013 e, ogni giorno, continuai quello che era diventato un lavoro a tutti gli effetti, fino a quando l'idea di svegliarmi ed andare a scrivere non diventò una parte irrinunciabile della mia vita, come se lo avessi fatto da sempre.
@chromabook su instagram
Fu così che la storia proseguì e, lentamente ma inesorabilmente, il numero di pagine scritte cresceva e cresceva, finché una nuova avventura si stagliò all'orizzonte.
Ma questa è un'altra storia.

martedì 18 febbraio 2014

Come una quercia


Ghiande.
Siamo tutti ghiande. Alcune grandi, altre piccole; alcune lunghe, altre tozze; certe sono belle e sane, certe brutte e vuote; certe sono perfette da vedere ma hanno del marcio dentro, certe sono storte e deformi ma robuste e intatte; ci sono quelle che cadono dall'albero o vengono piantate e germogliano e quelle che marciscono tra le pietre, quelle che vengono strappate dal ramo ancora verdi e gettate via e quelle che nutriranno qualche roditore. Ognuna ha un destino diverso, ma c'è anche qualcosa che tutte hanno in comune, la loro più profonda identità, la loro vera essenza: diventare una quercia.
Non tutte riescono nella loro "missione" anzi, a dirla tutta quelle che germoglieranno e cresceranno sono un numero infinitesimale di tutte le ghiande esistenti. Ma non per questo smettono di seguire la loro natura, non per questo abbandonano il sogno assurdo e quasi impossibile di diventare pianta e realizzarsi.
Da un piccolo seme di qualche centimetro ad un albero più alto di una casa e con radici che scavano nel terreno per metri e metri di profondità, e questo perché non si possono raggiungere grandi altezze senza radicarsi profondamente in qualcosa. Be', lo si può fare, si può volare oltre le vette più alte, ma si dovrà sempre ritornare al suolo, prima o poi; non si può aspirare di rimanere a grandi altezze senza impiantarsi a fondo in qualche cosa, e questa è una di quelle regole che non hanno eccezioni.
Certamente è questione di anni, di secoli anzi, ma una volta ammirato il panorama ne sarà valsa la pena, tanto da voler dar vita a centinaia di altre ghiande per donar loro la possibilità di arrivare anch'esse a contemplare un simile spettacolo.

Sarebbe bello se tutti diventassimo delle querce, da piccole ghiande quali siamo, ma forse sarebbe prima importante avere tutti almeno il desiderio di mettere radici - un luogo, una persona, una comunità, non importa cosa, basta sia solido e duraturo - e rimanere fedeli ad esse fino a poter vedere tutto il mondo circostante da una nuova prospettiva.
Lo si veda come un sogno, o anche come una dichiarazione di intenti, mia e di questo blog, di voler crescere e mettere radici robuste e profonde per poter ammirare ciò che mi circonda con occhi nuovi, di luce e verità.
Questo sembra essere un tempo di grandi cambiamenti, come diceva Bob Dylan, ma i cambiamenti non sono forse continui e inarrestabili?

Molte cose sono successe da quando non scrivo qui, molte cose stanno accadendo, e molte sono in procinto di realizzarsi; mi impegnerò sempre di più a viverle al meglio, cercare di capirle a fondo e condividere questa avventura con chiunque abbia voglia di distrarsi un attimo e leggere quel che avrò da dire.
A presto,
M

lunedì 13 maggio 2013

Watchmen & 21st Century Breakdown - ITA

Billie Joe ama Alan Moore.
Potete immaginarlo a caratteri cubitali in prima pagina o come un graffito su un muro di periferia, o meglio ancora cantilenato da bambini dell'asilo. Ma è così.
Senza dubbio è un amore non ricambiato (un po' come quello tra me e Moccia), (ah, vi ricordo che io amo Moccia, ma Moccia non ama me) anche perché non credo che nell'universo ci sia una singola cosa o persona che sia amata da Moore. Dai, sto esagerando. E divagando.

Quello che intendevo dire con un'affermazione da improbabile scoop si riferisce a una cosa che ho scoperto qualche tempo fa riguardo a due opere dei due artisti, che hanno un sacco di cose in comune, ma prima ci tengo a precisare che io sono un fan abbastanza sfegatato di entrambi, perciò il fatto che ci siano dei collegamenti lo vedo solo come una pura goduria, nient'altro.
Le due opere di cui parlavo sono il fumetto Watchmen, scritto da Alan Moore e disegnato da Dave Gibbons, e l'album 21st Century Breakdown (che da ora in poi abbrevierò in 21CB) dei Green Day, scritto interamente da Billie Joe Armstrong. Il primo è una delle più grandi graphic novel mai disegnate, che narra (riassumendo all'osso) le vicende di un gruppo di vigilanti alle prese col mistero della morte di uno di loro e con la minaccia di una catastrofe globale; il secondo è un concept album della band di Berkeley che, attraverso le vicende di Christian e Gloria, esprime dubbi, paure e speranze in un mondo in subbuglio.
Ovviamente, essendo il fumetto nato tra il 1986 e l'87, molti anni prima dell'album (2009), si tratta più che altro di molti dettagli di quest'ultimo che si rifanno ad elementi del fumetto. Prima di iniziare ad illustrare tali collegamenti intendo specificare che, non trattandosi in nessun caso di somiglianze strutturali o fondamentali, non credo che si possa minimamente parlare di plagio o dire che "hanno copiato". Inizialmente credevo si trattassero di casuali coincidenze, ma poi sono diventate così tante che mi sono convinto che si trattassero di numerose e volute citazioni all'opera di Moore, vagamente simile anche nel tema centrale di una crisi globale a cavallo tra 20° e 21° secolo. La cosa che mi ha però stupito e che non mi spiego, è che nessuno, nemmeno lo stesso Billie Joe, ha mai parlato di tali citazioni; ho cercato ovunque su internet, ma nessuno sembra essersene accorto se non di striscio, solo riguardo alla copertina dell'album (di cui parlerò) e nulla più.
La mia conclusione è che il mondo si divida nettamente in due parti: chi ha letto Watchmen e non ascolta i Green Day, e chi ha ascoltato 21CB ma non sa chi sia Moore. Questo articolo è dedicato ad una terza fetta, di cui spero non essere l'unico componente.
Ah, chi non conosce né il fumetto né l'album non fa parte di una quarta fetta, semplicemente è fuori dal mondo.

Ma arriviamo al dunque: ecco l'elenco dei paralleli che ho notato tra le due opere, partendo da quelli che maggiormente saltano all'occhio.


Copertina e colori.
Premetto che io possiedo l'edizione di Watchmen del 2007, della Planeta DeAgostini e dell'album dei Green Day ho la versione cartonata, in formato 14x19; eccole qua.
Fin da subito saltano all'occhio numerose somiglianze, a partire dalla scelta cromatica: in entrambe le immagini sono presenti, pur in diverse proporzioni, gli stessi colori: rosso, giallo, nero e bianco. È da notare inoltre l'impostazione della pagina con in entrambi i casi una striscia nera di uguale dimensione su cui appare una scritta in verticale a caratteri cubitali, nel primo caso col titolo del fumetto, nel secondo con il nome della band; due righe di dimensioni molto minori presentano poi nel primo caso i nomi degli autori e nel secondo il titolo dell'album. Per non parlare poi del resto dello spazio, che è occupato da un'immagine che si sviluppa in verticale e che in entrambi i casi si tratta di una parte di un'immagine più ampia: lo smile nel primo caso e il graffito per intero nel secondo. Ma andiamo avanti.

Abbracci e graffiti.
Uno degli elementi grafici più presenti in entrambi i lavori sono i graffiti, in particolare quelli raffiguranti una coppia abbracciata che si bacia che si trova, come abbiamo visto, anche nella copertina stessa dell'album. All'interno del booklet è presente la scritta "cover inspired by Sixten", il quale sarebbe uno street artist piuttosto famoso, soprattutto in Australia, per molti versi simile a Banksy, anch'egli autore di diversi abbracci graffitati. In Watchmen, l'immagine degli amanti è molto ricorrente (si vede almeno una decina di volte), sia come disegno dipinto sui muri della città, sia come ombra proiettata sulle pareti sia, come nel caso del bacio tra Laurie e Dan, come immagine onirica. In quest'ultimo caso, l'immagine è ancora più simile a quella di 21CB, in quanto vediamo la coppia abbracciata che si bacia come un'ombra dietro la quale si scatena un'esplosione gialla-arancio, immagine quasi identica alla copertina dell'album, in cui gli amanti si trovano davanti ad un enorme incendio che devasta una città, scena che ritorna svariate volte anche nel videoclip della title-track. Ecco di seguito degli estratti dal fumetto, dal booklet del disco e dal videoclip.
A sinistra, alcune vignette da Watchmen; a destra la copertina di 21st Century Breakdown e alcune immagini dal video.
Un'immagine dal film Watchmen, tratto dal fumetto, del 2009 (stesso anno di uscita dell'album dei Green Day), diretto da Zack Snyder.
Un'ulteriore, interessante riflessione si può fare anche sul significato che ha l'abbraccio degli amanti nei rispettivi contesti, e credo che il senso sia molto simile: una fiamma di affetto e passione in un mondo che, al di fuori di essi, sembra non avere speranza.

Nixon.
Alan Moore, con Watchmen, non solo inventa una storia notevole, ma crea un mondo, un'ambientazione fanta-politica, ucronistica, in cui si muovono i personaggi. Le vicende sono ambientate in un 1985 in cui le cose sono andate un po' diversamente che nella realtà: a causa di alcuni fatti sconvolgenti, la guerra del Vietnam è stata vinta dagli Stati Uniti, e Richard Nixon grazie ad una modifica della Costituzione è ancora a capo della nazione, rieletto per la quinta volta. Ed ecco che anche nell'album dei Green Day si parla di Nixon, e la sua presenza lì ha lo stesso scopo che nel fumetto, ossia quella di ancorare l'opera ad una precisa epoca storica, fittizia ma molto significativa nel caso di Moore, riferita all'infanzia del cantante/protagonista nel caso di 21CB, in cui Nixon viene nominato nella prima strofa della canzone ("Born into Nixon I was raised in hell") e appare anche nel videoclip (lo stesso di cui sopra), come si vede nell'immagine. Sia nel video sia nel fumetto Nixon appare nella sua classica posa, e in entrambi i casi egli si trova davanti alla bandiera statunitense.
Partendo da sinistra: un fotogramma del videoclip dei Green Day, una vignetta del fumetto e un'immagine dal film.
Non c'è niente da ridere.
Il vero protagonista di Watchmen è probabilmente colui che per tutta la serie appare solo in ricordi e flashback, perché all'inizio del primo capitolo lui è già morto: Edward Blake, uno dei vigilanti, conosciuto come "il Comico", l'assassinio del quale non solo dà il via alle vicende del fumetto, ma rappresenta anche il cuore, il senso dell'intera opera, magistralmente riassunto nell'immagine dello smile macchiato di sangue. Tralasciando la trama, la morte del comico sta anche a rappresentare, metaforicamente, il fatto che non ci sia più motivo di ilarità, dal momento che colui che dovrebbe far ridere gli altri è stato ucciso. Ci sono svariati momenti in cui questo tema viene affrontato, ma quelli più significativi sono tre. Il primo quello della barzelletta del clown triste, alla fine del primo capitolo; il secondo quando l'ex-villain Moloch racconta a Rorshach del Comico che, in lacrime, farfugliava cose senza senso come: "...è tutto uno scherzo... pensavo di essere io il comico, sai?" e anche: "Che c'è di così maledettamente divertente? Non capisco!", ed è significativo che il personaggio più cinico, che rideva di tutto e di tutti stia ora piangendo davanti ad una burla che nemmeno lui capisce. Il terzo momento si trova nelle ultime vignette del primo capitolo, riportate nell'immagine seguente. 
Passando ora ai Green Day, ecco che, ascoltando una canzone dopo l'altra, o anche solo sfogliando il libretto, fanno capolino in diversi brani delle frasi che suonano molto simili a quelle appena riportate. Nel brano "Before the lobotomy" viene ripetuta due volte la strofa "Laughter, there is no more laughter" (=risate, non ci sono più risate), per poi ripetersi molto simile nell'undicesima traccia, "Murder City", con le parole "This empty laughter has no reason" (=questa vuota risata è senza motivo) e infine, in "Mass hysteria": "True sound of maniacal laughter", quelle "risate maniacali" che non possono non ricordare il ghigno di Blake.
 Ultima notte.
Ci sono due pagine, nel terzo capitolo di Watchmen, due tavole che, mentre stavo rileggendo il fumetto per completare questo testo, mi hanno fatto venire in mente all'istante il titolo di una canzone di 21CB. In questo capitolo Dr. Manhattan (l'unico personaggio effettivamente dotato di super poteri) decide per vari motivi di andarsene su Marte; la sequenza di cui parlo lo mostra di notte su un terreno desertico in preda ai ricordi, prima di sparire, andandosene dal pianeta Terra. La canzone a cui ho pensato subito è "Last night on Earth"; per il protagonista della scena si tratta, infatti, dell'"ultima notte sulla Terra", una corrispondenza non da poco, se si guarda anche il fatto che questo è il capitolo più "romantico" di tutto il fumetto, e lo stesso si può certamente dire della rispettiva traccia, nei confronti dell'intero album. Fate un esperimento: aprite l'immagine qua sotto, fate partire quella canzone e scorrete lentamente le vignette; a mio parere l'abbinamento è molto efficace.
L'ultima notte sulla Terra per Dottor Manhattan
 Bouquet, orologi e vigilanti.
Come dicevo all'inizio, non sono tanto le singole analogie ad avermi convinto che si trattino di citazioni intenzionali, quanto il loro numero; eccone altre qui di seguito. Nel secondo capitolo di Watchmen si svolgono i funerali del Comico, e viene lasciato un mazzo di rose rosse sulla sua tomba, nel cimitero; come nel caso di Nixon, anche qui troviamo nella canzone 21CB una frase che ricorda quell'elemento del fumetto ("I've thrown the bouquet of flowers left over the grave") e nel video, quando vengono pronunciate quelle parole, si vede una pioggia di bouquet di rose rosse piovere sopra ad un cimitero, scena che ricorda inoltre la sequenza finale del capitolo, in cui viene mostrato il Comico nella sua caduta dal grattacielo, il tutto con una gamma cromatica che comprende praticamente solo il rosso, per poi inquadrare nuovamente le rose sulla tomba.
Insieme allo smile macchiato, un'altro dei simboli più ricorrenti nel fumetto è l'orologio che segna pochi minuti alla mezzanotte, come simbolo di un'imminente catastrofe; l'immagine viene riproposta così frequentemente che non c'è nemmeno bisogno di pubblicarvela, lo stesso smile è stato fatto in modo da ricordare un orologio con una lancetta che segna l'avvicinarsi della mezzanotte. A questo proposito sembra calzare a pennello una strofa nella canzone "Murder City": "The clock strikes midnight in the murder city", che tradotto significa "l'orologio batte la mezzanotte nella città dell'omicidio", omicidio che potrebbe anche riferirsi all'assassinio del comico, o alle morti dell'ultimo capitolo.
Sempre parlando del comico, è curioso che una canzone di 21CB si intitoli "Peacemaker", quando quello è esattamente il nome del personaggio su cui si basa Moore per creare il Comico (l'intera squadra degli Watchmen è la rielaborazione di un preesistente gruppo di super eroi della DC), e la cosa sembra ancora meno casuale leggendo il testo del brano, che presenta diverse parole che ricordano il personaggio di Blake, una tra tutte "I am a killjoy", "io sono un guastafeste", epiteto decisamente azzeccato se riferito al Comico.
Ci sono poi ancora altre parole e frasi, come quel "I am the atom bomb, I am the chosen one" (contenuta in "Christian's Inferno"), parole che potrebbero benissimo essere pronunciate da Dr Manhattan, o riferimenti ai vigilanti come servizio di sicurezza nazionale del governo: "Homeland security could kill us all" (in "21st Century Breakdown") o "Vigilantes warning ya" (in "Mass hysteria"), e così via.
In conclusione, rifletterei anche sul "lieto fine" proposto da entrambe le opere: il fumetto finisce con la pace tra USA e Russia e un futuro luminoso davanti, mentre l'album si conclude con "See the light" la traccia più ottimista e, appunto, luminosa dell'intero album, forse dell'intera discografia dei Green Day. In entrambi i casi, nonostante il marcio che ci sia nel mondo e nonostante i brutti avvenimenti, di conclude con uno sguardo di speranza nell'avvenire.
Ed ecco che ho esposto i risultati del mio arguto approfondimento, spero di essere stato abbastanza lungo e noioso, e se non lo sono stato vi chiedo fintamente scusa e vi do appuntamento al prossimo sproloquio, ricordandovi che potete (anzi dovete) scrivere qui sotto commenti, osservazioni, critiche, aggiunte e correzioni riguardo a quanto ho scritto.

"E sarà un mondo più forte, un mondo più forte d'amore, in cui morire"

Saluti,
M

mercoledì 8 maggio 2013

Il Corriere di Chroma #2 - Bambini Colorati

È dopo mesi di assenza che torniamo con un nuovo capitolo del Corriere di Chroma. Nei precedenti numeri (#0 e #1) abbiamo trattato della genesi e dei primi sviluppi di questo bislacco progetto, oggi vi narrerò invece della prima mirabolante avventura nel mondo di Chroma.

Se non erro, l'ultima volta siamo arrivati a narrare della fine del 2011 in cui noi, Emme e Susi, eravamo in piena fase creativa: non passava giorno che non avessimo un'idea per arricchire il mondo di Chroma, un nome, un'avventura, una frase o una svolta nella trama, finché decidemmo di rendere tutto il mondo partecipe del coloratissimo work in progress.
Perché non aspettare a parlarne una volta conclusa la stesura del romanzo? Be', l'idea è che sarebbe stato molto più divertente, utile e interessante coinvolgere più gente possibile sin dall'inizio, e così è stato; siete ormai in molti a seguire gli sviluppi di questo lavoro e, oltre ad avere una sconfinata pazienza visti i tempi lunghissimi, siete stati molto attivi e avete interagito con noi, fino a rendervi protagonisti di alcuni eventi di Chroma che, evidentemente, è molto più che un romanzo in fase di stesura. Perciò il giorno di Natale del 2011 venne lanciato il primo trailer del romanzo e, con esso, la pagina Facebook dopodiché, mese dopo mese, siamo sbarcati anche su altri social, come Google+, Twitter, Instagram eccetera, così da iniziare a diffondere il più possibile l'esistenza di questa nostra creatura, ed essere sempre più numerosi ad attendere impazienti la riuscita della colorosa impresa.
Creatività Burgerkinghiana.
Ma prima di spiegarvi il perché del titolo di questo articolo, è importante ricordare l'importanza di un numero: il 17. Porta sfiga, dite voi? Quisquilie, diciamo noi. Fu quel giorno del marzo 2010, che (come già vi abbiamo raccontato) nacque tutto, e fu lo stesso giorno del gennaio 2012 che ebbe inizio la stesura vera e propria del manoscritto di Chroma: io e Susi ci trovammo nella ridente cittadina di campagna nota come Mediolanum o "la città del biscione" per festeggiare allergicamente i primi due anni di esistenza di Chroma e fu dopo un sanissimo pranzetto da Burger King che, ispirati dai lipidi liberatisi nelle nostre vene, prendemmo in mano carta e matita, e buttammo giù le prime righe del primo capitolo. La scrittura del nostro romanzo ebbe così ufficialmente inizio.

Vennero completati solo pochi capitoli che già all'orizzonte si ergeva una nuova occasione per rendere un po' più reale questo mondo cromatico molto prima del previsto.
L'abbiamo già accennato nel Vlog #1 (pubblicato nel Corriere #1), ma non abbiamo mai narrato la storia per intero. Era il soffice pomeriggio del 30 aprile 2012 e la staff dei capi dei lupetti del branco Kanhiwara del gruppo scout Biella 1 si riunì per valutare le diverse opzioni per l'ambientazione delle Vacanze di Branco (una sorta di campeggio estivo) che si sarebbero svolte 3 mesi dopo, a Miazzina, con una fantastica vista sul Lago Maggiore... e tra le varie proposte di tema c'era anche quella di Chroma che, seppur il romanzo fosse agli inizi, aveva già una trama abbastanza completa e definita. L'idea piacque a tutti e così si iniziò a lavorare alle scenette, i racconti, i giochi, le canzoni, il torneo, i lavoretti e le altre attività, tutte a tema Chroma.
Il libretto per la preparazione del campo.
Fu un lavoro appassionante e divertente, ce la mettemmo tutta e quando finalmente arrivò la data del campo, tutto andò alla grande. I bambini erano entusiasti di scoprire un mondo e una storia originali e nuovi, e si appassionarono alle avventure e ai personaggi in maniera spettacolare. Ogni cosa era incentrata sui colori, e ogni giorno percorrevamo la storia tramite scenette, mimi, racconti e immagini per poi viverla e giocarla in prima persona con avventure ed attività di ogni tipo, fino ad arrivare al fantastico torneo di Chromaball, che è forse stato il gioco più riuscito della settimana. Quei giorni sono inoltre serviti moltissimo anche per la stesura del romanzo che, grazie al modo in cui i bambini hanno recepito e affrontato la storia, non ha potuto che godere di nuove idee ed energie che, una volta tornati a casa, hanno fatto riprendere alla grande la scrittura, con forse ancora più entusiasmo e convinzione di prima.
Per vedere con i vostri occhi le immagini delle pazzie di quel giorno dovrete aspettare ancora un po', ho fatto un video e quando potrò lo pubblicherò; nel frattempo, vi ripropongo il Vlog #2, in cui io e Studentesso, di ritorno da Miazzina, raccontiamo com'è andata la settimana.


Buon colore a tutti!

venerdì 26 ottobre 2012

La Realtà Nel Fantastico #10 - Epilogo e bibliografia

Ho presentato il progetto allegato alla tesi e ora, tralasciando la prima parte del capitolo, in cui semplicemente ripercorro il lavoro svolto e lo discuto alla luce delle riflessioni iniziali, ecco la conclusione vera e propria.


LA REALTÀ NEL FANTASTICO 
DAGLI STUDI DI TOLKIEN AL FUMETTO D'AUTORE


    L'ultimo pensiero va agli autori, che, prima ancora che professionisti, siano sognatori, e che non ci siano solo la tecnica e l'interesse personale ad alimentare la loro creatività, ma soprattutto le loro esperienze ed i loro sogni: perché il fumetto, prima che una professione, sia una passione, in modo da essere dedicata ad un pubblico sempre più vasto e curioso di scoprire ed affrontare nuove esperienze e sensazioni, ma anche disposto a ricevere dal fumetto non solo emozioni ed intrattenimento, ma a pretendere di essere abbracciati e ricevere un tocco armonico nel proprio profondo.




BIBLIOGRAFIA

J.R.R. Tolkien, Albero e Foglia, V edizione, Bompiani, Milano, 2002

J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, XVI edizione, Bompiani, Milano, 2003

J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza - Lettere, II edizione, Bompiani, Milano, 2002

C.S. Lewis, Le Cronache di Narnia, Mondadori, Milano, 2005

G.K. Chesterton, Ortodossia, Lindau, Torino, 2010

AA. VV., Il secolo del fumetto, Tunué, Latina, 2008

Windsor McCay, Little Nemo, III edizione, Garzanti Linus, Milano, 1901

Don Rosa, La Saga di Zio Paperone, La Dinastia dei Paperi, Panini, Roma, 2004

Alan Moore, Dave Gibbons, Watchmen, Planeta DeAgostini, Barcellona, 2007

Auster, Mazzucchelli, Karasik, Città di Vetro, Coconino Press, Bologna, 2005

Scott McCloud, Capire il Fumetto - l'arte invisibile, Pavesio, Torino, 2006

Anonimo, Il Fisiologo, Adelphi, Milano 2002

Walter Goglio, Mestieri storie e personaggi del vecchio piemonte, Piazza, Torino, 2011



Grazie a tutti quelli che hanno voluto dare un'occhiata a questo lavoro, per me è molto importante! Spero sia stato fonte di interesse e abbia fatto nascere in qualcuno la curiosità di saperne di più e di apprezzare maggiormente il fumetto e la fantasia in generale!
Alla prossima!
M